La nostra lettrice Raffaella, in un momento particolarmente buio per il nostro nosocomio, ci vuole raccontare la sua esperienza:

“Io voglio scrivere una storia di buona sanità per non far perdere la speranza.
Nel 2013, al termine della mia prima gravidanza, ho avuto un distacco della placenta.
In clinica, dopo il cesareo d’urgenza, il bimbo è andato in sofferenza.
Nasce, sento il pianto e subito dopo l’ambulanza. Non l’ho nemmeno visto…
La dottoressa mi ha detto ‘Signora lo mandiamo in ospedale perché ha problemi di adattamento’.
Mio figlio è arrivato in ospedale che era praticamente morto. A mio marito hanno detto che non avrebbe superato la notte.
Non ossigenava.
Esco dalla sala operatoria e lui era già in terapia intensiva, intubato con ossigenazione a 68.
Per tutto il percorso clinica – ospedale il neonatologo di turno lo ha fatto respirare artificialmente.
Resta in terapia intensiva per 22 giorni….ma grazie al cielo lo salvano.
Nel reparto sono angeli scesi dal cielo.
Adesso se posso abbracciare mio figlio è solo grazie a loro.
A distanza di tempo quando feci i soliti controlli perché poteva aver avuto anche un ritardo cerebrale visto che gli è mancato l’ossigeno per diverso tempo… il primario mi ha confessato che non ci avrebbero scommesso 50 centesimi su di lui.
Sicuramente sono stata anche fortunata, ma la tin è un reparto che sembra non appartenere all’Annunziata.”
Raffaella



