Grande successo a Torano Castello per “Miseria e Nobiltà” – il teatro che trasforma uomini e comunità

A Torano Castello, la Sala Polifunzionale non era semplicemente piena: era viva. Un organismo che respirava all’unisono con chi stava per salire sul palco. Ogni sedia occupata raccontava una storia, ogni sguardo rivolto verso la scena era un atto di presenza, di attenzione, di rispetto. Nessuna fretta, nessuna distrazione. Solo una consapevolezza rara: quella di assistere a qualcosa che andava oltre il semplice spettacolo teatrale.

Dietro ogni risata, dietro ogni pausa calibrata, ci sono uomini e donne comuni che hanno scelto di trasformare il proprio tempo e, in parte, la propria vita. Persone che, dopo giornate di lavoro, si sono ritrovate la sera per provare, studiare, sbagliare e ricominciare. Ore sottratte alla stanchezza e restituite all’arte.

Non è mestiere improvvisato: è disciplina, sacrificio, passione autentica. Ed è proprio questa autenticità che arriva chiara al pubblico. L’Associazione Agorà ha trasformato la serata in un vero atto culturale collettivo. Il significato stesso di “agorà” luogo di incontro, dialogo e comunità prende corpo e voce: il teatro diventa spazio condiviso, momento di riflessione, esperienza che unisce. Non un palco separato dalla platea, ma un ponte tra chi recita e chi guarda.

Miseria e Nobiltà si impone con una forza inattesa, dimostrando quanto un classico possa essere profondamente contemporaneo se trattato con intelligenza e rispetto. Il testo di Eduardo Scarpetta non appare come un reperto del passato, ma come un fiume ancora vivo, che scorre tra comicità e dolore, leggerezza e verità. Si ride, sì, ma è una risata che lascia traccia. Perché la miseria raccontata non è solo economica, e la nobiltà non è mai un titolo: è dignità conquistata giorno dopo giorno, spesso tra compromessi e inganni.

La scenografia, essenziale ma potentissima, racconta più di mille parole. Una tavola consunta, una pentola simbolica, pochi oggetti quotidiani che diventano il cuore pulsante dell’azione. È uno spazio che costringe i personaggi alla vicinanza, alla condivisione forzata, alla lotta per ogni frammento di dignità. Nessun artificio superfluo: solo verità scenica. Ed è proprio questa verità a colpire, a restare impressa.

Ma sarebbe riduttivo non riconoscere il lavoro silenzioso di chi ha reso possibile tutto questo lontano dai riflettori. Dietro quella verità scenica c’è l’impegno di chi costruisce, cuce, sistema, aspetta. Le scenografie portano la firma sensibile di Silvio De Giuseppe, capace di trasformare la semplicità in racconto.

I costumi, cuciti con pazienza e maestria dalla signora Enrichetta Trausi , non vestono soltanto i personaggi: ne raccontano l’anima, la condizione, il. tempo.Fondamentale anche il contributo delle comparse, interpretate con discrezione e presenza da Tonio Meoli e Roberto Leone, che arricchiscono la scena senza mai cercare il centro.

E poi ci sono tutti coloro che hanno lavorato nell’ombra, senza clamore, senza voce, ma con una dedizione che è la vera ossatura del teatro. È anche grazie a loro se quest’opera può essere definita, senza esagerazioni, un capolavoro collettivo. Gli attori danno vita a personaggi credibili e profondamente umani. Nessuna caricatura, nessuna macchietta: ogni interpretazione è misurata, sentita, necessaria al racconto.

La forza dello spettacolo sta nella coralità, in un equilibrio raro dove ogni gesto, ogni pausa, ogni sguardo è al servizio dell’insieme. Il teatro, qui, è mestiere vero, e il pubblico lo avverte, lo riconosce, lo segue con partecipazione sincera.

E poi c’è il giovane regista, Samuel Vita, che firma una regia sorprendentemente matura. La sua rivisitazione dell’opera è rispettosa, educata, mai invadente. Il giovane regista non forza il testo e non lo piega a mode effimere: lo ascolta. Con intelligenza ha inserito alcune battute in dialetto calabrese, usate con misura e mai come facile strumento comico. Un dialetto che non scivola nel folklore, ma che arricchisce il ritmo e avvicina il pubblico, rendendo la narrazione ancora più viva e autentica.

La vera prova di maturità del regista emerge però nella scelta del cast. Ogni attore è “cascato a pennello” nel proprio ruolo, come se quel personaggio fosse stato cucito addosso alla sua voce, al suo corpo, al suo tempo scenico. Felice Sciosciammocca prende vita nelle mani di Franco Scarcello, mentre Pasquale, magistralmente interpretato da Giancarlo Fazio, regala momenti di comicità pura. Donna Luisella (Felicea Fava) e Donna Concetta (Giuditta Posterino) incarnano eleganza e determinazione, mentre Pupella (Sara Gagliardi) e Gemma (Noemi Occhiuzzo) aggiungono leggerezza e umanità.

Eugenio, il marchesino (Stefano Urlandini), e Luigino (Antonio Bova) completano il quadro, mentre Il Marchese Ottavio Favetti “Bebè” (Franco Cipolla) e Don Gaetano Semmolone (Flaminio Ruffo) rappresentano l’anima grottesca e brillante dell’opera. Don Gioacchino (Emilio Pescatore) chiude la rosa dei protagonisti, sempre nel perfetto equilibrio della coralità.I servi vera spina dorsale della comicità sono stati il cuore dello spettacolo. Vincenzo (Elio Vita) mantiene ritmo e partecipazione, ma è William Mansueto, nel ruolo di Biase che interpreta il servo “stolto”, a trascinare platea e compagni in risate genuine e contagiose.

Indimenticabile anche Peppiniello (Antonio Sansone), il più piccolo del gruppo, che con spontaneità e energia conquista tutti. Bettina (Anna Domanico) completa il quadro con precisione e simpatia, tenendo insieme gag e intimità scenica.

Quando le luci si sono spente, l’applauso non è stato un gesto di routine. È stato lungo, convinto, riconoscente. Il pubblico aveva la chiara percezione di aver assistito a qualcosa di raro: un teatro che non si limita a intrattenere, ma che interroga, emoziona, unisce.

Con Miseria e Nobiltà, l’Associazione Agorà dimostra che si possono raggiungere vette altissime anche lontano dai grandi circuiti, quando alla base ci sono persone prima ancora che ruoli: amici legati da rispetto, stima e senso del gruppo, dove nessuno vuole emergere sull’altro e il successo è sempre condiviso.

Quella sera, a Torano Castello, il teatro non è stato solo visto: è stato sentito, attraversato, condiviso.E come tutte le esperienze che contano davvero, non si è concluso con lo spegnersi delle luci.

Continua dentro chi c’era. E chiede di essere ricordato.”

Luca Vadino

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